venerdì 21 marzo 2008

Giochi di Pechino

A proposito di voto utile



L’Umbria è una regione piccola attribuendo SOLO sette senatori. Ma spiega perfettamente quanto avevamo studiato nell’articolo più ampio al quale rimando. La cosa è semplicissima e non fa venire l’emicrania. Il PD è quasi sicuro di arrivare primo al Senato avendo un vantaggio di 7.5 punti sul PDL ma purtroppo la SA manca il quorum per appena lo 0.5%. Se così finisse, per il premio di maggioranza il PD prenderà QUATTRO senatori, mentre TRE andranno al PDL e ZERO alla SA.

Ma se lo 0,5% dei lettori umbri si spostasse dal PD (o da chiunque) alla SA, allora la coalizione bertinottiana farebbe il quorum e la distribuzione dei seggi sarebbe: QUATTRO al PD, DUE al PDL, UNO alla SA. Quindi è evidente che se una parte di elettori del PD scegliesse di votare in maniera aritmeticamente utile, non danneggerebbe il proprio partito, che rimarrebbe con 4 senatori, ma ne farebbe perdere uno al PDL.

Allora qui qualcuno dovrebbe decidersi:

1) per l’area SA: se PD e PDL sono uguali, allora dovrebbe sperare che SA non faccia il quorum e non prenda il senatore. Facendo il quorum infatti, paradossalmente, favorirebbe la Grosse Koalition.

2) per l’area elettorale PD: davvero non volete avere niente a che fare con i trinariciuti? Davvero meglio un Ciarrapico in parlamento piuttosto che un Giordano o un Migliore?

Come addendo resto impressionato dal fatto che secondo questo sondaggio lo spostamento maggiore in due anni sia il dimezzamento della cosiddetta sinistra radicale.



[...]

Per farla breve le cose al Senato stanno così: Il Porcellum è così brutto e antidemocratico che ci sono casi nei quali un elettore del PD favorisce il proprio partito votando la Sinistra Arcobaleno e viceversa.
Per un esempio pratico, il caso dell’Umbria, vedi qui.


Alla Camera, brevemente, arrivando primo il PD, questo avrebbe una comoda maggioranza del 55% dei seggi, non più condivisa con la sinistra radicale e gli alleati centristi minori (Mastella, Dini…), ma solo con Italia dei Valori. Se il PD non dovesse arrivare primo (l’ultimo sondaggio disponibile qui dà 42.5 al PDL e 38.4% al PD) quella maggioranza toccherebbe a Berlusconi. Alla Camera è pressoché sicuro che solo quattro liste, PD e PDL (più coalizzati), Sinistra Arcobaleno e UDC supereranno il quorum del 4%. Un quinto soggetto, La Destra, dato dai sondaggi intorno al 2%, ha qualche lontanissima possibilità di fare un quorum che vale un trentina dei 290 deputati che toccano a tutte le opposizioni. Ovviamente meglio va La Destra (e l’UDC) più possibilità di vincere ha il PD. Voto di disturbo è invece quello al partito socialista, a Giuliano Ferrara o alle varie listine a sinistra della Sinistra Arcobaleno. Insomma: alla Camera è tutto abbastanza facile e ognuno può prendersi le sue responsabilità.

I problemi, come tutti sanno, sono al Senato. E qui la rottura delle coalizioni li ha complicati moltissimo. In particolare ci sono due problemi. Il primo è che il premio viene attribuito alla prima forza di OGNI regione. Il secondo è dato dal fatto che SA e UDC, entrambe date nei sondaggi nazionali appena al di sotto del quorum dell’8% (buono per il Senato) riusciranno a starvi sopra in alcune regioni e saranno fuori in altre. Quindi per capirci, ci saranno regioni dove la minoranza dei seggi sarà attribuita ad una sola forza, in altre a due, in altre ancora a tre. Un caos.

Dopo il divorzio tra PDL e UDC, il PD è in vantaggio sicuro in Emilia-Romagna e Toscana ma dovrebbe farcela anche in Umbria, Marche e Basilicata. La partita è aperta con diverse sfumature in Abruzzo, Campania, Sardegna, Calabria, Liguria e Piemonte mentre è sostanzialmente chiusa a favore della destra in Lombardia, Veneto, Friuli, Lazio, Puglia e Sicilia. Ma se capire chi sarà primo regione per regione non è impossibile e sondaggi vengono proposti ovunque, ben più difficile è capire se SA e UDC faranno il quorum nelle diverse regioni.

I calcoli possibili sono migliaia, e una delle variabili più nefaste e meno democratica è proprio quella che imbizzarrisce i risultati del Senato a seconda di chi e dove raggiunge un quorum molto alto, posto all’8%. Per capirci, se l’UDC o la SA passano in una regione dal 7.99% all’8.01% o viceversa spostano non solo i loro seggi ma anche quelli di altri partiti in maniera sostanziale. In teoria una famiglia di elettori che arriva tardi da una scampagnata potrebbe far scattare o meno il quorum di un partito in una singola regione, spostare così anche una decina di seggi e ribaltare la maggioranza nazionale.

Detto questo ci sono alcuni possibili orientamenti che un elettore “normale” di centrosinistra può recepire pur se con estrema prudenza. In particolare ve n’è una: ognuno deve informarsi sui risultati della propria regione (quelli del 2006, o i sondaggi) per cercare di capire chi arriverà primo tra PD e PDL. Inoltre dovrà capire quante possibilità ha nella propria regione la SA di fare il quorum e frullare come segue questi dati:

1) Nelle regioni dove il PD prenderà sicuramente più voti del PDL al Senato (le tipiche regioni rosse ma non solo), votare Sinistra Arcobaleno a Palazzo Madama vuol dire sottrarre seggi a Berlusconi. Spiegheremo perché.

2) Ma attenzione: in tutte le regioni dove si prevede che la SA non arrivi all’8%, votarla vuol dire numericamente favorire SEMPRE Berlusconi.

3) Nelle regioni dove sicuramente vincerà la PDL, tutto dipende dalle possibilità della SA di superare il quorum regionale. Se voti in una regione dove la SA farà sicuramente il quorum, non ci sono calcoli: potrai votare secondo le tue inclinazioni e i seggi saranno distribuiti proporzionalmente tra PD e SA, entrambi all’opposizione. Se sono regioni dove la SA non arriva all’8% si ricade al punto 2.

Se ti basta questo orientamento puoi smettere di leggere. Da qui in avanti vedremo di capire materialmente come ciò sia possibile.

Nelle 17 regioni (tutte meno Molise, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige) che attribuiscono un premio di maggioranza (del 55% dei seggi al partito primo arrivato) se due soli partiti superano il quorum questi si spartiscono tutti i seggi, 55% al primo e 45% al secondo. Se a superare il quorum saranno più soggetti, la primo partito resterà sempre il 55% mentre il 45% verrà redistribuito con risultati imprevedibili.

Per capirci, facciamo un caso di scuola. Mettiamo che in una regione inesistente, che chiameremo Porcella, si attribuiscano 100 seggi. In realtà la regione che attribuisce più seggi è la Lombardia con 47, ma Porcella ci semplifica la cose. Dovendo attribuire 100 seggi, e sapendo che al partito primo arrivato il Porcellum attribuisce il 55% dei seggi è chiaro che nella Porcella questo prenderebbe esattamente 55 seggi (a meno di non avere più del 55% di voti, ma è un evento poco probabile che non considereremo).

Facciamo alcuni casi di scuola nei quali elimineremo per semplificare ulteriormente l’UDC:

1) Porcella è una regione rosa. Vince il PD ma la SA non fa il quorum. In questo caso il PD avrà 55 seggi, il PDL 45 e la SA 0.

2) Porcella è una regione rossa. Vince il PD e la SA fa il quorum. In questo caso il PD avrà sempre 55 seggi, la PDL (più o meno) 37 e la SA 8. Nota come a parità di rapporti di forza tra i due maggiori il rapporto tra i seggi si stravolga.

3) Porcella è una regione azzurra. Vince il PDL e la SA fa il quorum. In questo caso il PD avrà circa 37 seggi, il PDL 55 e la SA 8.

4) Porcella è una regione nera. Vince il PDL ma la SA non fa il quorum. In questo caso il PD avrà 45 seggi, il PDL 55 e la SA nessuno. Occhio, in questo caso vale con l’UDC quello che vale per SA al punto 2. Se la SA non fa il quorum, ma lo fa l’UDC, i voti a SA sottrarrano seggi al PD e favoriranno la PDL. Teoricamente al PDL potrebbe perfino convenire far convogliare propri voti superflui sulla SA per amplificare quest’obbiettivo.

E’ evidente che il caso più importante è il secondo. Per il PD la presenza di SA in Senato aumenta moltissimo il vantaggio sul PDL. Tornando dai numeri alla terra è quella differenza che regione rossa per regione rossa può (nell’ipotesi che Silvio Berlusconi vinca alla Camera) impedire alle destre di avere un’ampia maggioranza al Senato e governare comodamente per cinque anni. Ma al di là dei calcoli personali, e tutto questo articolo lo dimostra, voteremo con una legge indecente.


(www.gennarocarotenuto.it)

venerdì 7 marzo 2008

Tutto torna




11:22 “Come mai la Sinistra Arcobaleno non candida operai?”
Il Pd attacca la Sinistra Arcobaleno, che non ha candidato nelle sue liste in Piemonte l’operaio della Thyssen Ciro Argentino. “L’esclusione che dimostra la strumentalità delle critiche rivolte al Pd” dice Vincenzo Vita candidato al senato nel Lazio. Stesse critiche anche da Paolo Nerozzi, sindacalista candidato al Senato nelle liste del Partito Democratico.

14:51 Argentino: “Ho scelto io di non candidarmi”
“Ho scelto volontariamente di non candidarmi alle elezioni politiche per evitare qualunque strumentalizzazione della vicenda della Thyssen a fini elettorali”. Così l’operaio Ciro Argentino, a proposito delle polemiche sulla sua esclusione dalle liste della sinistra arcobaleno.


Della serie: voce del verbo "maramaldeggiare"...

ismi


Vittima







Vittimista

giovedì 6 marzo 2008

Garantisti dei miei coglioni



Come mai quest'uomo è ancora in carcere e tutti gli "opinion makers" del mio serbatoio di spermatozoi non dicono niente?
Eggià, non siamo tutti uguali mi sa... un poveraccio in tuta d'acetato è sempre un poveraccio, mica un rispettabile "imprenditore" in fresco lana...

mercoledì 20 febbraio 2008

affinità/divergenze



"E' con amarezza che devo esprimere queste mie valutazioni critiche [...] mentre ormai, alla mia decima e ultima legislatura, sto per lasciare il Parlamento dopo trentasei anni di impegno continuativo".


“Mi discriminano per la mia età”.

Relatività



Fidel Castro; appunti per un coccodrillo che per ora non servirà
di Gennaro Carotenuto, Mercoledì 2 Agosto 2006

Si poteva scommettere che oggi Pierluigi Battista, sulle pagine del Corriere della Sera, avrebbe usato le parole “satrapo” e “satrapia” con l’aggiunta dell’aggettivo “tropicale” per definire Fidel Castro e la Rivoluzione cubana. Che noia! Che superficialità di analisi (sic!) per il principale quotidiano italiano! Ci si domanda perfino che titoli abbia Pierluigi Battista per scrivere di America Latina se non riesce ad esprimere altro che una sequela di termini come “satrapo”, “gulag tropicale”, “dittatore sanguinario”. Forse scriverli costituisce un titolo di merito in certi ambienti, ma tali termini non contribuiscano in nulla a spiegare 47 anni di Rivoluzione a Cuba. Stantie, schematiche, scontate, soprattutto colpevolmente autoreferenti, appaiono tutte le analisi sulla Rivoluzione cubana, soprattutto da quella sinistra che nel condannare sempre e comunque Cuba vede una comoda maniera di emendare il proprio peccato originale.

Fidel morirà. Probabilmente non questa volta -auguro lunga e felice vita al Comandante- ma morirà e a Miami potranno dar sfogo a tutta la volgarità della quale una ex-classe dirigente rapace, estremista e mafiosa è capace. E loro, Pierluigi Battista e sodali, saranno di nuovo lì a riciclare per l’ennesima volta gli articoli che avevano cominciato a scrivere alla caduta del muro di Berlino, nell’oramai remotissimo 1989. In tutti questi lunghi 17 anni non hanno mai provato a spiegare a se stessi prima che ai loro lettori perché Cuba non è caduta, perché Fidel non è né Ceaucescu né Honecker, perché Cuba è oggi meno isolata che mai, perché oggi può contare come mai nella storia sull’amicizia e il rispetto della regione, e perché forse la rivoluzione non cadrà neanche dopo la morte di Fidel.

Se la Rivoluzione cubana fosse stata quella che descrive la stampa europea, Cuba sarebbe davvero caduta nell’89. Ma Cuba è oggettivamente ben altro, anche se ai più conviene far finta di non vedere. Ed è ben altro perché Fidel Castro e la Rivoluzione incarnano la vera idiosincrasia di Cuba, quel nazionalismo di José Martí, cosciente e progressivo, che sa che l’isola o sarà indipendente o non sarà e che sotto gli artigli degli Stati Uniti non può esserci futuro. La Rivoluzione, nel bene e nel male, è cubana, non è calco o copia di un modello russo lontano. Se forse non tutti i cubani sono convinti del socialismo o comunque non sarebbero disposti a morirvi, sicuramente Cuba è fidelista. Fidelista in un sentimento patriottico dalle radici profonde che nessuna amministrazione statunitense può comprendere prima ancora che battere e che da 47 anni è incarnato da Fidel Castro. E per questo progetto fidelista, sicuramente, anche oggi, generazioni di cubani sono disposte a battersi. Con Fidel e dopo Fidel. E vedremo cosa riserverà il futuro e se la stampa italiana saprà spiegarlo.

Strano dittatore, Fidel Castro. E’ dittatore da mezzo secolo dell’unico paese del continente americano che non ha conosciuto il dramma dei desaparecidos. Quasi un milione di cittadini americani sono stati fatti sparire nel frattempo da dittature e democrazie filostatunitensi in tutto il continente. E’ triste pensare che solo la dittatura di Fidel Castro abbia fatto da argine al crimine contro l’umanità della sparizione forzata di persone e del terrorismo di stato. Senza libertà di stampa, Cuba è pur sempre l’unico paese al mondo dove in questi 47 anni non è mai stato ammazzato un giornalista. E neanche un sindacalista, laddove in paesi come il Brasile o la Colombia ne cade uno al giorno sotto i colpi dei tagliagole pagati dalle imprese, spesso multinazionali del nord. A Cuba, secondo i dati di Amnistia Internazionale, ci sono 300 prigionieri politici. Sono 300 prigionieri politici di troppo, ma vivaddio, sono la metà dei detenuti nel “gulag tropicale” -quello sì- di Guantanamo. È possibile rappresentare la Rivoluzione cubana, con appena 300 prigionieri politici su 12 milioni di abitanti, e pure condannando l’esistenza di anche un solo prigioniero d’opinione, come un gulag a cielo aperto? È possibile rappresentare la repressione politica come il tratto distintivo di questa esperienza? Sempre pronti a giustificare le violazioni dei diritti umani e il terrorismo di stato degli Stati Uniti e dei loro alleati, i nostri media sono inflessibili solo verso Cuba e dimenticano scientemente 47 anni di aggressione e di terrorismo di stato statunitense che ha causato nell’isola 3500 morti. Gli argomenti che vengono usati per difendere Israele, con le proprie frontiere continuamente violate come quelle cubane, non sono validi per Cuba.

Strano dittatore, Fidel Castro. Da tempo le redini del potere reale sono passate ad una generazione di quarantenni nati e che hanno studiato nell’eccellente sistema scolastico e universitario cubano. Quando i quotidiani italiani ed europei si affannano a leggere tra le righe del momentaneo passaggio di consegne a Raúl, scordano, non sanno o fingono di non sapere, che già oggi a Cuba Fidel Castro ha un’infinita autorità morale, il rispetto pressocché unanime della popolazione -lo ammette oggi anche la BBC- ma ha da tempo ceduto ai giovani i gangli amministrativi dello stato.

Il fatto che la dittatura cubana e solo la dittatura cubana sia riuscita a risparmiare ai propri abitanti la peggiore tragedia che l’umanità possa concepire, la morte per fame, è allora la cartina tornasole del fallimento della democrazia liberale in America. E’ triste e paradossale che un sistema rappresentativo faccia morire i bambini di fame mentre un sistema a partito unico sia dichiarato dalla OMS come l’unico libero dalla denutrizione infantile. Chi in questi anni ha votato democraticamente per Carlos Menem o Fernando Enrique Cardoso ha votato anche per la denutrizione infantile, risparmiata ai cubani, triste nemesi per chi si riempie la bocca di democrazia a patto che sia formale e mai sostanziale.

Gli europei si scandalizzano quando decine di milioni di latinoamericani -ogni giorno di più- trepidano per Fidel e guardano a Cuba come un modello, come un esempio di orgoglio, di dignità ma anche di soluzione pratica di problemi sociali che le democrazie non hanno voluto o potuto risolvere. Le democrazie rappresentative dell’America Latina straziata dal neoliberismo imposto dagli Stati Uniti, hanno conosciuto i morti per fame, la riduzione indiscriminata dei diritti civili, della scolarità, della salute. Il socialismo a Cuba ha garantito gli ultimi e svantaggiato i primi. La democrazia in America ha massacrato gli ultimi e favorito spropositatamente i primi. Oggi l’America Latina è profondamente più diseguale di quanto non fosse 47 anni fa laddove Cuba è infinitamente più giusta di quanto non fosse quando era una colonia degli Stati Uniti. Se la democrazia liberale fa morire i bambini di fame, come potranno i latinoamericani non augurare lunga vita al Comandante Fidel Castro?

Postilla: Nell’articolo si parla di 300 prigionieri politici. Nel frattempo, nel “gulag tropicale”, questi, secondo Amnesty International, sono scesi a 54. Sono sempre 54 di troppo ma sono sempre meno del 10% dei prigionieri politici detenuti a Guantanamo (600! Il 90% dei quali non sono mai stati incriminati di alcun delitto, e non hanno mai visto un avvocato).

martedì 19 febbraio 2008

mercoledì 6 febbraio 2008

Dove siamo


RU486, '68, '77, '89.
194.
Rianimare i feti.
Impunità e infallibilità.
Laicismo.
Stato Etico.
Università, Scuola, Teatro.
Magistratura.
Siamo all'apertura del TG ormai stabilmente affidata al Papa.
Siamo al rutto che si dà dignità di pensiero: la guerra è stabile, il lavoro precario, il razzismo scontato.
Siamo a prima del Concilio Vaticano II.
Risiamo al latino.
Siamo al Redde rationem.
Siamo alla Tabula rasa.
Siamo resa dei conti, siamo alla volontà proterva di spazzare ogni residuo di conquista progressista e popolare.
Siamo all'inizio di tutto questo, e cioé alle donne, al loro corpo che può essere tranquillamente mercificato ma non autodeterminato, in una società che non si può definire patriarcale per non elevarla a una nobiltà che non merita.
Siamo sotto attacco, su tutti i fronti.

E noi, dove siamo?

martedì 5 febbraio 2008

Non Luoghi



www.teatrostabile.umbria.it


Ora Online. A parte quualcosa da dire sulle animazioni, mi pare funzioni.