Non c’è mai fine. Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare, nuovi sentimenti da sperimentare. E c’è la necessità di purificare sempre più questi sentimenti, questi suoni, per arrivare ad immaginare allo stato puro ciò che abbiamo scoperto. In modo da riuscire a vedere con maggior chiarezza ciò che siamo. Solo così riusciamo a dare a chi ci ascolta l’essenza, il meglio di ciò che siamo.
JCOggi.
Quarant'anni fa, moriva John Coltrane.
Oltre che un grandissimo musicista, un grandissimo compositore.
A Love Supreme l'ho scoperto tardi, così come il Jazz, nel momento in cui la traiettoria della mia formazione musicale ha deragliato dalla linea retta dei primi anni tutti rock per esplodere in tutte le direzioni. E certo, questo album non mi era sconosciuto, almeno nel nome, essendo uno dei lavori più citati, amati e omaggiati anche in ambiti "non sospetti" come appunto quelli del rock.
Durante una delle solite sedute di yoga che faceva la sera e che tanto avevano contribuito alla sua disintossicazione, Coltrane sente una melodia risuonargli in mente. Non può, per lui, essere altro che un messaggio di Dio, arrivato al culmine di un periodo molto travagliato.
In studio, concepisce una delle pietre miliari della storia non solo del jazz, ma della musica nella sua interezza: un'opera divisa in quattro movimenti, che lo sgancia dalla consuetudine di mettere in un album pezzi derivanti da incisioni differenti, e lo avvicina da un lato alla musica classica e dall'altro gli fa creare quello che è forse uno dei primi
concept album della musica popolare (cambiandola per altro, facendola diventare "altro": molti datano il passaggio del jazz da musica popolare a musica colta proprio dalle parti del timido sassofonista timorato di Dio).
In quei quattro movimenti, originati da un'unica successioni di accordi, ripetitivi, semplicissimi, Coltrane inietta le più ispirate improvvisazioni di sax della sua carriera. Le più ispirate, e certo tra le più innovative nel loro modo di suonare gonfie, dense e di contro intessute di fraseggi secchi e asciutti, talvolta andando contro la stessa base ritmica del resto del suo quartetto (Garrison al basso, Tyner al piano e l'immenso Elvin Jones alla batteria), utilizzando, contemporaneamente, tutte le tonalità a disposizione.
Coltrane fa "suonare" Dio: nella sua infinità, nella sua purezza, nella interezza che nasce dalle dicotomie.
Si parte dall'atmosfera contrita e pensosa, intensa del primo movimento, "Aknowledgement" per arrivare alla presa di coscienza e alla decisione di cambiamento di "Resolution", delicata e al tempo stesso decisa, fino alla forza potente della "Pursuance", la costanza martellante del mettere in pratica decisioni prese.
E tutto si risolve e scioglie del "Psalm" finale, con la musica che pare salire salire salire per arrivare fino all'Altissimo in persona.
Un disco meraviglioso, notturno e al tempo stesso solare, un vero e proprio percorso, umano prima che musicale, dolentemente tormentato e al tempo stesso sereno e fiducioso. Un capolavoro d'arte, che è difficile ascrivere per il suo spessore alla sola disciplina della musa Euterpe, ma che appartiene di diritto al patrimonio più essenziale dell'umanità.
Questo disco è stato inciso nel 1964, tre anni prima che Trane morisse, anzi, che si lasciasse morire rifiutando ogni tipo di cura e lasciando un vuoto grande nel panorama musicale mondiale. Come disse Red Garland:
"Era un sincero, un passionale. Si è distrutto suonando troppo. La creatività, che aveva dentro e non gli dava tregua, lo ha fatto morire. (...) Dopo Parker è arrivato Trane. Poi, quando anche lui è scomparso, è rimasto il deserto. Arriverà un altro messia? All’orizzonte non appare nessuno."Ma Trane, forse, obietterebbe a Garland che non c'è mai fine...